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Editoriale del numero 2.2

17 settembre 2010
posted by editor

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Il 2 Maggio 1998 sarà una data da ricordare, è infatti nato l’ euro.
La moneta unica europea rappresenta un passo fondamentale verso quell’unificazione iniziata circa venti anni fa con lo SME.
Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, e Spagna avranno dal 1999 una moneta unica, virtuale diremmo noi, che circolerà solo nei computer delle banche, che non sarà materialmente visibile, che non sarà palpabile ma che sarà reale e consentirà agevoli scambi di denaro, merci e servizi tra questi paesi.

Al termine di questa prima fase e precisamente dal 1 gennaio 2002 l’euro rimpiazzerà le valute locali. Ma sarà davvero come lo definisce il periodico Wired “un incubo logistico”? Secondo il GartnerGroup tutto questo costerà tra software ed infrastrutture tra i 150 ed i 400 bilioni di dollari. Stime a parte è indubbio che pagheremo molto, e non solo in termini economici per questo grande cambiamento, ma la motivazione di tali sacrifici deve essere politica prima che economica. L’europa unità avrà una posizione di rispetto e di responsabilità nelle scelte macro-economiche mondiali, sarà economicamente più forte, e sarà più agile per cogliere le sfide di mercato. Con la moneta unica, la concorrenza ed il libero mercato faranno certamente molte vittime, società sottodimensionate o non all’altezza di competere tecnologicamente saranno spazzate via da altre più forti o più innovative. L’allargamento quasi istantaneo del mercato basato su un unica moneta, premierà quelle industrie che avranno investito molto sulla ricerca, sullo sviluppo, sull’ottimizzazione delle risorse e sulle nuove tecnologie, ma sarà al tempo stesso impietoso con coloro i quali non si saranno modernizzati, adeguati ai nuovi standard qualitativi e produttivi.

Ma il cammino da compiere per giungere all’europa delle genti è ancora lungo, infatti molte e profonde differenze separano ancora i cittadini comunitari; manca ancora una lingua comune, esistono ancora leggi diverse e contrastanti, diversi percorsi formativi e paesi (come l’Italia) che infrangono “allegramente” direttive comunitarie, oltre ad un emergenza occupazionale diffusa. Scendendo nello specifico della nostra professione, si pensi ad esempio che la specialità in Ortodonzia italiana non è riconosciuta a livello europeo, o che in Italia non esiste più, di fatto, un numero programmato di Odontoiatri. In sostanza stiamo “stoccando” abbondanti scorte di Odontoiatri (con preparazione qualitativamente europea?) per essere pronti alla loro “commercializzazione” nel resto d’europa in quanto fortemente sottoccupati nel nostro paese. Questo è il tipico esempio che vede la politica locale dei singoli stati preda di interessi lobbistici dell’industria di settore e che valutando a tavolino costi e rischi decide furbescamente di non rispettare accordi internazionali. Poco importa se tutto il paese pagherà ingenti multe ed anche il fatto che i percorsi formativi siano del tutto insufficienti per l’impossibilità di esercitazioni pratiche assume risvolti trascurabili, perchè i responsabili di tutto ciò non verranno mai identificati singolarmente, ne tantomeno puniti.

Proprio per tutto questo aspettiamo con fiducia l’arrivo dell’euro, nella speranza che le porte e le finestre disegnate sulle nuove banconote europee rappresentino davvero il simbolo dell’apertura alla cooperazione fra gli stati membri e soprattutto siano foriere di una nuova mentalità che veda la salute del cittadino al centro dell’attenzione, che porti le Università ad autogiudicarsi e a rinnovarsi per divenire le vere “fabbriche” di contenuti, le “fucine” di nuovi progetti, e le “filiere” di prodotti innovativi per l’industria e la professione.

“When the morning stars sang together
and all the sons of God shouted for joy…….”

-Book of Job-

Dr. Gabriele Floria
VJO editor

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